Fonologia

Il vocalismo tonico

Il sistema vocalico tonico del dialetto cervarese si presenta come un sistema a sette elementi e quattro gradi di apertura, del tipo romanzo comune. La situazione attuale è, pertanto, la seguente:

anterioricentraliposteriori
alte i u
medioalte e o
mediobasse ɛ ɔ
basse a


Nella sua analisi del vocalismo tonico Maccarrone segue un approccio diacronico, esaminando uno per uno gli esiti delle originarie vocali latine, distinte per timbro e quantità (brevi e lunghe), nel cervarese e descrivendone il comportamento in tale dialetto.
La situazione attuale presenta tuttavia molte differenze rispetto a quella documentata nel 1915.

Ā; Ă

Dai dati raccolti da Maccarrone emerge che /a/ tonico si conserva sempre, «fuorché nella combinazione u … à, in cui à si riflette in , e nella combinazione i … à e à … i (finale), in cui è reso con ».
La situazione così descritta dall’autore riguarda in realtà due fenomeni distinti. L’ultima delle condizioni descritte (à … i (finale)>/ja/) riguarda, infatti, la metafonesi di /a/ per –i finale che caratterizza diversi dialetti appeninici e adriatici (Rohlfs: §21).
Come si nota dagli esempi riportati da Maccarrone essa caratterizza il plurale di nomi maschili come [dəˈtjalə] ‘ditali’ (M) , di contro al singolare [dəˈtalə], e la seconda persona singolare del presente e dell’imperfetto indicativo e dell’imperfetto congiuntivo. In questo caso abbiamo, infatti, [ˈvja] ‘vai’ (M); [parˈljavə] ‘parlavi’; [parˈljasːə] ‘parlassi’.
La prima parte delle condizioni descritte da Maccarrone riguarda, invece, il fenomeno oggi noto con il nome di propagginazione (o assimilazione permansiva), caratterizzato dall’influsso di /u/ e di /i/ protonico su /a/ tonico che si presenta dittongato:
/wa/ nel primo caso;
/ja/ nel secondo, sia in sillaba aperta sia in sillaba chiusa.
In genere la vocale che innesca il fenomeno è quella del determinante, soprattutto dell’articolo:
/u/ del maschile singolare (ad un certo punto ridotto a /ə/, come emerge già dai dati raccolti da Maccarrone );
/i/ del maschile plurale.
Ma può trattarsi anche della vocale protonica interna alla parola, come accade in alcuni sostantivi femminili come, ad esempio, [məˈtwandə] ‘mutande’ (mm) o negli infiniti di verbi come, ad esempio, [kamːəˈnja] ‘camminare’. Anche in questo caso, come si vede, la /u/ e la /i/ protoniche che hanno dato origine al fenomeno si sono ridotte a /ə/.
La situazione attuale, per quanto riguarda il comportamento di /a/ tonico, appare invariata.

Maccarrone 1915inchiesta 2010
/a/ tonico conservato [paˈtana] ‘patata’ (M)
[ʧəˈrasa] ‘ciliegia’ (M)
[paˈtanə] ‘patate’
[ʃəˈrasə] ‘ciliegie’
metafonia per –i finale [ ˈvja] ‘vai’ (M)
[ˈsja] ‘sai’ (M)
[ ˈvja] ‘vai’
[ˈsja] ‘sai’
propagginazione[ʎə ˈkwanə]
[nu ˈswakːə]
[ʎə ˈpjanːə]


Tra gli esempi di propagginazione tratti dall’inchiesta di controllo è da notare il sintagma nominale [ʎə ˈbːwarːə] ‘il bar’ perché mostra la completa morfologizzazione della propagginazione. Questa non è innescata dalla presenza di una originaria [u] ma dal determinante (in genere l’articolo) perché agisce, come si vede dall’esempio, anche sui prestiti. Attualmente, infatti, nel dialetto cervarese troviamo espressioni come [nə ˈkwamjə] ‘un camion’; [ʎə ˈpwabːə] ‘il pub’ (mm); [ʎə ˈtrwamːə] ‘il tram’ (mm); [ʎə ˈfrwakːə] ‘il frac’(mm) .
Che sia proprio la presenza di un determinante maschile ad innescare la propagginazione è dimostrato dagli esempi seguenti in cui i nomi maschili conservano intatto [a] tonico (perché non preceduti da determinante):
[kə ˈtːsiəmə ˈndɔnjə bːoˈnanəma ˈsakːə rutːə i kjaˈmavənə] ‘con mio zio Antonio buonanima-lo chiamavano sacco rotto’ di contro a [ʧə ˈʃtevənə nə ˈswakːə də fərˈːarə] ‘c’erano un sacco di fabbri’; [i məˈnɛtːə nˈgapə] ‘gli venne in mente’ di contro a [nˈgɔpːa ʎə ˈkwapə] ‘sopra la testa’; [faˈʃeva da ˈpalə] ‘faceva da palo’.
La propagginazione, quindi, insieme al determinante marca i nomi di genere maschile distinguendoli da quelli di genere neutro. La presenza di una distinzione tra maschile e neutro (il cosiddetto neoneutro o neutro romanzo) è un tratto importante che caratterizza, a livello morfologico, gran parte dell’alto Meridione (Loporcaro 2009: 135).
Nel dialetto cervarese la distinzione tra i due generi è affidata innanzitutto all’articolo determinativo: si ha, infatti, [ʎə] per il maschile (singolare) e [lə] per il neutro. Esempi di sostantivi neutri sono: [lə ˈvinə] ‘il vino’; [lə fərˈmadːʒə] ‘il formaggio’. In secondo luogo la distinzione è marcata dalla presenza/assenza di propagginazione: i nomi di genere neutro, essendo preceduti da un determinante che non è mai stato caratterizzato dalla presenza di una [u] originaria, conservano intatta (cioè non dittongata) la [a] della sillaba tonica preceduta dal determinante (cfr. Schirru 2008). Abbiamo perciò:

  • [lə ˈpanə] ‘il pane’
  • [lə ˈlatːə] ‘il latte’ (mm)
  • [lə ˈsalə] ‘il sale’ (mm)
  • [lə ˈsangə] ‘il sangue’ (mm).


L’unica eccezione è rappresentata dal sintagma [lə ˈgrwanə] ‘il grano’ che ricorre sempre in questa forma in cui presenta propagginazione pur essendo certamente di genere neutro, come mostra la forma dell’articolo.
Maccarrone conclude la sua analisi del comportamente di [a] tonica originaria latina illustrando gli esiti dei suffissi latini «–àrius; -ària». Nel dialetto di Cervaro troviamo due esiti:

  • il primo esito è dato da un suffisso [-arə] per il maschile e [-ara] per il femminile. Tra gli esempi riportati dall’autore troviamo, tra gli altri, [mələˈnare] ‘mugnaio’ e [təˈlarə] ‘telaio’ per il maschile; per il femminile l’autore si limita a dire che a Cervaro è «come a Cassino» per cui riporta, tra gli altri esempi, [lavanˈːara] ‘lavandaia’;
  • il secondo è dato da un suffisso [-irə] per il maschile e dai suffissi [-ɛra] e [-ira] per il femminile. Tra gli esempi riportati da Maccarrone troviamo [komːəˈrirə] ‘cameriere’; [kandiˈnɛra] ‘ostessa’; [prəˈgira] ‘preghiera’; [maˈnira] ‘maniera’.

La situazione attuale si presenta invariata. Abbiamo, infatti, [skorˈparə] e [skarˈpara] ‘calzolaio/a’; [ponətˈːirə] ‘panettiere’, al femminile [panətˈːɛra] (mm). Accanto alla forma [maˈnira] ‘maniera’ oggi troviamo anche la forma [maˈnɛra].

Ē; Ĭ

Da quanto registra Maccarrone, la situazione ai primi del Novecento risulta diversa da quella odierna. Infatti, lo studioso afferma che E lungo «a Cervaro si riflette normalmente in ai=ẹ e con i e u finali in ui=i» e riporta come esempi, tra gli altri, [ˈsajra] ‘sera’; [kanˈːajla] ‘candela’; [ˈtrujdəʧə] ‘tredici’; [aˈʧujtə] ‘aceto’; ma [vəˈlajnə] ‘veleno’, accanto alla forma [vəˈlenə], [tərˈenə] ‘terreno’, [ˈverə] ‘vero’ (oggi [ˈvɛrə]) che egli ritiene importati. La diversità dei due esiti ([aj] come riflesso fondamentale e [uj] dovuto alla presenza di /u/ o /i/ in finale dell’originaria parola latina) ha conseguenze sul piano morfologico:

  • Diventa uno dei tratti distintivi tra forme femminili e forme maschili: Maccarrone riporta quali esempi [ˈkjujnə] ‘pieno’ e [ˈkjajna] ‘piena’;
  • Diventa tratto distintivo tra Ia , IIa, IIIa persona singolare ([ˈkrajdə] ‘credo’, [ˈkrujdə] ‘credi’, [ˈkrajdə] ‘crede’) e IIIa plurale ([ˈkrujdənə] ‘credono).

Oggi la situazione è diversa poiché si ha /e/ come riflesso fondamentale e /i/ come conseguenza della metafonia ma i due esiti continuano, come accadeva nel 1915, ad avere rilevanza sul piano morfologico. Ancora oggi troviamo, ad esempio, alternanze come: [ˈkjinə] ‘pieni’ e [ˈkjenə] ‘piene’. Maccarrone annota poi gli esiti negli infiniti dei verbi derivanti dalla IIa coniugazione latina (-ēre). In questi casi si aveva, secondo l’autore, /a/ < /aj/: [aˈva] ‘avere’ (M); [təˈna] ‘tenere, avere’; [vəˈda] ‘vedere’, accanto a [vəˈde] che egli considera importato. Oggi tutti questi infiniti terminano in /e/: [təˈne]; [vəˈde]. Per I breve gli esiti sono gli stessi: si aveva, come riflesso principale, [aj] oggi passato a [e] e [uj] con –I e –U finali, oggi passato a [i].

Maccarrone 1915inchiesta 2010
Ē; Ĭ [ˈpujlə] [ˈpilə] ‘peli’


Forse un residuo dell’esito originario è rimasto nelle forme del dimostrativo maschile singolare per ‘questo’ e ‘quello’: agli inizi del Novecento si registrano [ˈkujʃtə] e [ˈkujʎə] di contro alle forme femminili [ˈkajʃta] e [ˈkajlːa]; oggi troviamo [ˈkwiʃtə] e [ˈkwiʎːə] di contro a [ˈkeʃta]/ [ˈkelːa].

Ī

Anche per quanto riguarda gli esiti di Ī latina la situazione attuale diverge da quella rilevata agli inizi del secolo scorso. Secondo lo studio condotto da Maccarrone Ī si riflette in /uj/ «coll’u più forte» , come ad esempio in [gaˈʎujna] ‘gallina’; [ˈdujtə] ‘dito’. In alcune parole (ossitone), inoltre, «l’i di ui è oscurato», ossia non viene pronunciato: si aveva, perciò, [ˈdu] ‘dire’ (M); [raˈpu] ‘aprire’ (M); [akːuˈʃu] ‘in questo modo’ (M); [ˈsu] ‘sì’ (M). Allo stato attuale in tutti questi casi troviamo, invece, /i/. Si hanno, infatti: [gaʎˈːinə] ‘galline’; [ˈvinə] ‘vino’; [ˈfiʎːə] ‘figli’; [ˈdi] ‘dire’; [akːuˈʃi] ‘così, in questo modo’ e [ˈʃi] ‘sì’. Come si può notare, gli esiti di E lungo e I breve sotto metafonia confluiscono con quelli di I lungo: in tutti questi casi avevamo [uj] oggi passato a [i].

Ĕ

In questo caso la situazione odierna è identica a quella registrata nel 1915. Da Ĕ latina abbiamo, come riflesso fondamentale, /ɛ/ e «iẹ attraverso ie che a Cervaro si è ridotto ad i, quando la finale è i o u». Si tratta, nel secondo caso, di un ulteriore sviluppo della metafonesi napoletana (o dittongamento metafonetico). I dialetti centro-meridionali non conoscono il dittogamento spontaneo di Ĕ e Ŏ in sillaba aperta accentata tipico del toscano. Presentano, invece, il dittongamento di Ĕ e Ŏ, tanto in sillaba aperta quanto in sillaba chiusa, per effetto della presenza di –Ī e –Ŭ finali. In alcuni casi si può avere, come sviluppo successivo, una monottongazione del dittongo (Avolio 1995: 36). Nel cervarese, secondo Maccarrone, per Ĕ si sarebbe avuto originariamente un dittongo *[jɛ] poi passato a *[je] e, infine, ridottosi a [i]. Quasi tutti gli esempi citati da Maccarrone sono emersi nell’ultima inchiesta:

Maccarrone 1915inchiesta 2010
/ɛ/ < Ĕ [aˈdrɛtə]
[ˈprɛta]
[ˈprɛwtə]
[arˈːɛtə] ‘dietro’
[ˈprɛta] ‘pietra’
[ˈprɛwtə] ‘prete’
[fə’nɛʃtra] ‘finestra’
–I e –U finali [ˈpidə] ‘piedi’ (M) [ˈpidə] ‘piedi’


Ŏ

Come nel caso precedente, per gli esiti di Ŏ latina la situazione è invariata rispetto al passato. Si ha in ogni caso /ɔ/, tranne nelle formule con –I e –U finali (Rohlfs: §123) in cui si è avuto, in origine, un dittongo */wo/ poi ridottosi a /u/ (metafonesi napoletana con successiva monottongazione). Questo duplice esito ha avuto conseguenze sul piano morfologico per quanto riguarda la flessione verbale: al presente indicativo si distinguono, infatti, la Ia e la IIIa persona singolare in cui troviamo /ɔ/ dalla IIa (sing.) in cui troviamo /u/ (forma metafonizzata). Anche la IIIa persona plurale si presenta metafonizzata. Anche per gli esiti di Ŏ sono molti gli esempi riportati da Maccarrone ed emersi anche nell’inchiesta di controllo, come si può vedere nella seguente tabella:

Maccarrone 1915inchiesta 2010
/ɔ/< Ŏ [ˈʃkɔla]
[ˈnɔtːə]
[ˈkɔrda]
[ˈskɔlə] ‘scuole’
[ˈnɔtːə] ‘notte’
[ˈkɔrda] ‘corda’
/u/< */wo/ con –I e –U finali [ˈujə] ‘oggi’ (M)
[ˈfukə]
[ˈpurkə]
[ˈujə] ‘oggi’
[ˈfukə] ‘fuoco
[ˈpurkə] ‘maiale’
Flessione verbale [rəˈkɔrdə] (Ia pers. sing.)
[rəˈkurdə] (IIa pers. sing.)
[rəˈkɔrdə] ‘ricordo’
[rəˈkurdə] ‘ricordi’


Ō; Ŭ

Agli inizi del Novecento troviamo, a Cervaro, due esiti da Ō e Ŭ latine: il dittongo /aw/ (cfr.Rohlfs: §80) come, ad esempio, in [ˈsawlə] ‘sole’; [ˈkawda] ‘coda’; [ˈvawkːa] ‘bocca’; e «u turbato = ů nelle formule con i e u finali». Ancora una volta il doppio esito aveva conseguenze sul piano morfologico, distinguendo le forme singolari da quelle plurali, per quanto riguarda la flessione nominale, e la IIa persona singolare dalla Ia e dalla IIIa per quanto riguarda la flessione verbale:

Ō; Ŭ> /aw/Ō; Ŭ> /u/ con –I e –U finali
Flessione nominale [ˈfjawrə] ‘fiore’
[ˈmawndə] ‘monte’ (M)
[ˈdːʒawvənə] ‘giovane’
[ˈfjurə] ‘fiori’
[ˈmundə] ‘monti’
[ˈdːʒuvənə] ‘giovani’
Flessione verbale [ˈkawʧə] ‘ io cucio; (M) egli cuce’ [ˈkuʧə] ‘tu cuci’


Oggi troviamo ancora /u/ nelle forme che presentavano in origine –I e –U finali (metafonia di /o/; cfr. Rohlfs: §79), ad esempio: [‘fjurə] ‘fiori’; al posto del dittongo /aw/, invece, abbiamo sempre /o/: [alˈːora] ‘allora’; [anˈgora] ‘ancora’; [pidəˈmondə] ‘Piedimonte’. L’alternanza di esiti continua ad avere rilevanza morfologica.

Ū

Da Ū latina abbiamo, come in passato, /u/ anche se Maccarrone lo registra come un «u turbato = ů», come nel caso di O lunga e U breve sotto metafonia. Molti degli esempi riportati dall’autore sono riemersi nell’inchiesta di controllo: [ˈmurə] ‘muro’; [kokːəˈdunə] ‘qualcuno’; [nəˈʃunə] ‘nessuno’. Maccarrone conclude la sua analisi del vocalismo tonico occupandosi degli esiti dei dittonghi latini AE, OE e AU. Per quanto riguarda AE, l’autore scrive che «riesce ad iẹ: ćiẹlə, fiẹnə, che nel cervarese si restringe in i: ćilə, finə». In Cervarese abbiamo, quindi [i]<[je]. La situazione attuale si presenta immutata. Per il dittongo OE Maccarrone annota che «Il cassinate e il cervarese concordano con l’arpinate» e riporta quale esempio, per Cervaro, [ˈpajna] ‘pena’ (in cui, quindi, OE è trattato come E lungo) di contro a [mə ˈpɛndə] ‘ mi pento’ e [tə ˈpində] ‘ti penti’. Il dittongo AU «si comporta come ŏ»; dà, cioè, /ɔ/. Maccarrone riporta come esempi, tra gli altri, [ˈrɔbːa] ‘roba’; [ˈɔrə] ‘oro’; [ˈtɔrə] ‘toro’ e fa notare, quale eccezione, la parola [ˈkawsa] per ‘cosa’ (M) in cui «l’au è trattato come ō». Tutti gli esempi riportati valgono anche per la situazione odierna: solo nel caso di ‘cosa’ non troviamo più [ˈkawsa] ma [ˈkosa], con [aw] che passa a [o] proprio come è accaduto regolarmente per O lungo.

Il vocalismo atono

A differenza di quanto appena visto a proposito del vocalismo tonico, per il vocalismo atono si registrano, per la situazione attuale, pochissime differenze rispetto al passato. In linea generale si può affermare che tutte le vocali atone romanze (non finali), tranne /a/, tendono a ridursi a /ə/. Si registrano, però, alcune eccezioni per cui, in atonia, la situazione è la seguente:

anterioricentraliposteriori
alte i u
medie e ə o
basse a


In posizione finale tutte le vocali, tranne /a/, tendono a /ə/. Di seguito si analizza, per ogni vocale, la situazione descritta da Maccarrone confrontandola con quella attuale, come fatto in precedenza per il vocalismo tonico.

Vocale bassa centrale /a/

Analizzando il comportamento di /a/ in posizione protonica, Maccarrone scrive: «A Cervaro un trattamento singolare: intatto in ogni caso, passa in o piuttosto chiuso nella formula u … à e in ə < e in quella i … à». Quindi, in linea generale /a/ protonico si conserva sempre, in particolare:

  • In posizione iniziale assoluta: Maccarrone non riporta esempi per questo caso;
  • In sillaba iniziale e in sillaba interna: Maccarrone riporta come esempi, tra gli altri, [kamˈbana] ‘campana’; [rəʃkalˈːa] ‘riscaldare’.

La situazione attuale , in questi casi, è la stessa. Abbiamo, ad esempio: [abːəˈtjavənə] ‘abitavano’; [aˈsilə] ‘asilo’; [kamˈbaɲːa] ‘campagna’; [rəskalˈːjavə] ‘riscaldavi’. Per quanto riguarda il passaggio di /a/ protonico a /o/, nelle condizioni sopra descritte, Maccarrone parla di «azione metafonetica» ma più probabilmente dovrebbe trattarsi di un’evoluzione di un’originaria propagginazione, visto che le condizioni sono le stesse che danno origine alla propagginazione di /a/ tonico (vedi §3.1). In origine, cioè, la propagginazione dovette agire sulla /a/ della sillaba iniziale (e quindi a contatto con il determinante maschile) indipendentemente dal fatto che fosse tonica. Agli inizi del Novecento si aveva, pertanto:

  • /a/ > /o/ nelle formule /u/ … /à/. Ad esempio: [ʎə ʃkorˈparə] ‘il calzolaio’ [ʎə moʧəlˈːarə] ‘il macellaio’.
  • /ə/ < /e/ nelle formule /i/ … /à/. Ad esempio: [fəˈʃurə] ‘fagioli’; [ʃkərˈparə] ‘calzolai’.

Oggi la situazione si presenta invariata per quanto riguarda il primo caso; mentre, nel secondo, notiamo il ripristino di /e/ al posto di /ə/. Abbiamo, infatti: [skorˈparə] ‘calzolaio’; [teˈralːə] ‘taralli; [peˈninə] ‘panini’. Potrebbe essere indizio di una originaria propagginazione di /a/ atono in sillaba iniziale il fatto che molti sostantivi maschili (e quindi preceduti da articolo terminante anticamente in /u/ per il singolare e /i/ per il plurale) presentino /o/ al posto di /a/ anche quando questa non è seguita da /a/ tonica, come invece descritto da Maccarrone. Così, ad esempio, oggi troviamo: [ponətˈːonə] ‘panettone; [korːutˈːsirə] ‘carrozziere’; [trotˈːorə] ‘trattore’. Inoltre alcune forme plurali presentano al posto di /e/ il dittongo /je/. Per esempio: [ i kjenˈdandə] ‘i cantanti’ ; [ i kjenːəlˈːunə] ‘i cannelloni’. In posizione postonica, oggi come in passato, /a/ si realizza /ə/: [faˈʃevənə] ‘facevano’; [ˈmɔnəkə] ‘monache’ (Maccarrone non riporta esempi). In posizione finale /a/ si conserva: [ˈkasa] ‘casa’; [skarˈpara] ‘calzolaia’; [ˈprɛta] ‘pietra’. Anche in questo caso la situazione è invariata .

Vocale media anteriore /e/

/e/, sia protonico che postonico, si realizza /ə/ ma si ha «i invece di ə in iato» e, per questo caso, Maccarrone riporta quali esempi: [viˈatə] ‘beato; [kriaˈtura] ‘bambino’; [liˈonə] ‘leone’. La situazione attuale è la stessa. Si hanno, infatti, /ə/

  • In posizione protonica, sia in sillaba iniziale che interna: [vəˈde] ‘vedere’; [dəspətˈːusə] ‘dispettosi’; [rapːrəsənˈdatə] ‘rappresentato.
  • In posizione postonica: [ˈpɔvərə] ‘povero’; [friguˈrifərə] ‘frigorifero’.
  • In finale di parola: [ˈkasə] ‘case’; [ˈkwanə] ‘cane’

e /i/ al posto di /ə/ in iato: [ lə kriaˈturə] ‘i bambini’. A questo proposito è da notare che il dialetto di Cervaro tende, in genere, ad evitare lo iato sia all’interno di parola che di frase, grazie a un processo di epentesi consonantica che appare in estensione e progressivo consolidamento negli ultimi decenni (cfr. infra, § “Consonantismo”).

Vocale alta anteriore /i/

Maccarrone annota che /i/ protonico e postonico «si aferizza o passa a ə» ma non riporta esempi. In finale di parola si apocopa (si aveva, ad esempio, [nu] ‘noi’; [vu] ‘voi’). Questa situazione si presenta ancora oggi. Abbiamo, infatti:

  • L’aferesi, in parole come [ngəmənˈʣamə] ‘incominciamo’; [ngulˈːa] ‘incollare’; [nditoˈlata] ‘intitolata’;
  • /ə/ in posizione protonica e postonica: [ʧənˈgwanda] ‘cinquanta; [bːəʃəˈkletːə] ‘biciclette’; [ˈprɛsədə] ‘preside’; [ˈasənə] ‘asino’;
  • /ə/ e, in alcuni casi, apocope in finale di parola: [ˈfjurə] ‘fiori’; [ˈpidə] ‘piedi’; [ˈnu] ‘noi’.

Vocale media posteriore /o/

Maccarrone spiega soltanto che /o/ in posizione protonica si realizza /ə/ ma, accanto ad esempi che illustrano questo comportamento, quali [pərˈta] ‘portare’; [trəˈva] ‘trovare’, riporta anche parole in cui /o/ è reso /u/. Ad esempio: [rakːunˈda] ‘raccontare’; [rəturˈna] ‘ritornare’; [kunˈdində] ‘contento’. In posizione postonica /o/ si realizza sempre /ə/. Ancora oggi questa vocale, in posizione atona, si comporta in modi diversi:

  • In generale si realizza /ə/ sia in posizione protonica che postonica. Ad esempio: [rətrəˈvavənə] ‘ritrovavano’; [vəˈlevənə] ‘volevano’; [fərˈmadːʒə] ‘formaggio; [bːətˈiʎːa] ‘bottiglia [ˈkɔmːədə] ‘comodo’.
  • Si realizza [u] se preceduta da occlusiva velare:
    • In sillaba iniziale protonica e in sillaba interna postonica. Ad esempio: [kulaˈʦjonə] ‘colazione’; [kusaˈrɛlːə] ‘cosette’; [ˈpɛkura] ‘pecora’;
    • In sillaba interna se seguita da una sonorante: [arːakːunˈdavənə] ‘raccontavano’; [rəkurˈdatə] ‘ricordato’; [kalkuˈlɛnːə] ‘calcolando’.
  • Si realizza [ə] se preceduta da occlusiva velare e seguita da nasale in sillaba iniziale: [ngəmənˈʣamə] ‘incominciamo’; [kəmˈːanːa] ‘comanda’; [kəmːədəˈtja] ‘comodità’.
  • Sempre in sillaba iniziale, se preceduta da occlusiva velare e seguita da nasale più dentale si realizza generalmente [u], ad esempio [kunˈdində] ‘contento’ (come registrava Maccarrone); [kundaˈdinə] ‘contadino’ (mm) ma in alcuni casi [ə], ad esempio [kənˈdesːa] ‘contessa’ (mm) ;
  • In presenza della vibrante [r], si realizza a volte [ə], a volte [u]. Abbiamo, ad esempio, [tratːuˈria] ‘trattoria’; [friguˈrifərə] ‘frigorifero’; [t urgaˈnidːzə] ‘ti organizzi’ accanto a [trəˈvɛnːə] ‘trovando’; [rətərˈnava] ‘ritornava’ (mentre Maccarrone registrava, come detto sopra, [rəturˈna] ‘ritornare’).
  • In finale di parola si realizza sempre [ə]. Ad esempio: [ˈasənə] ‘asino’; [ʧərˈvarə] ‘ Cervaro’; [tovəˈlinə] ‘tavolino’.

Vocale alta posteriore /u/

Anche in questo caso la situazione attuale è identica a quella registrata da Maccarrone: /u/, sia protonico che postonico (interno e finale) si realizza [ə] (cfr. Rohlfs: §147). Ad esempio: [sətˈːʃɛdə] ‘succede’; [pːəˈlitə] ‘pulito’. Nel testo compaiono molte forme con /u/ protonico e postonico intatto, ma sono tutte da ritenersi forme italiane. Anche l’analisi del vocalismo atono si conclude con l’esame degli esiti di alcuni dittonghi latini. Per quanto riguarda l’esito di AE in posizione atona Maccarrone si limita a dire che il dialetto cervarese concorda con l’arpinate ma fa notare alcuni casi: [potaˈtɛrnə] ‘padreterno’ e [torːaˈmɔtə] ‘terremoto’ in cui è reso [a]; [kuˈʃtjawnə] e [ngujaˈta] «in cui il dittongo è fognato». Tutte queste forme si presentano inalterate, a parte il regolare passaggio [aw]>[o] in [kuˈʃtjawnə]>[kuˈʃtjonə] (vedi §3.1 sull’esito di O lungo tonico). Per OE, secondo quanto scrive l’autore, non c’è «nulla da notare». Per EU Maccarrone annota solo che passa a [aw] in [awdˈːʒɛnjə] ‘Eugenio’, sia a Cassino che a Cervaro. Oggi, in questo caso, troviamo invece [udˈːʒɛnjə] con [aw] passato a [u] ma anche [ewdˈːʒɛnjə] con il dittongo conservato. Il dittongo AU, infine, presentava agli inizi del Novecento diversi esiti, come si può vedere dagli esempi riportati da Maccarrone:

  • si riduce ad [a] in [aˈuʃtə] ‘agosto’ e [aˈrefəʧə] ‘orefice’;
  • si conserva in [awˈʧiʎə] ‘uccello’;
  • si riduce a [u] in [uˈrɛljə] ‘Aurelio’.

La situazione attuale, almeno in riferimento agli esempi dei primi due punti, si presenta identica; nell’ultimo caso, invece, oggi troviamo [awˈrɛljə] con il ripristino di [aw].

Consonantismo

Nessi di /s/ più consonante

[s] implicato con consonante seguente dà quasi [ʃ], specie con [t] (Maccarrone, p. 19).

Ma la preferenza del contesto dinanzi a occlusiva alveolare non sembra affatto categorica per Maccarrone, il quale segna spesso con la palatale anche la /s/ che precede consonanti diverse da [t]:

[ʃkriddzjawnə] 'iscrizione'
[ʃkurə] 'buio'
[ʃku'ta] 'ascoltare'
[ʃparə] 'dispari'

laddove oggi la distinzione appare consolidata:
/st/ → [ʃt]
/sp/ → [sp]
/sk/ → [sk]

Epentesi di /ɣ/ tra vocali

Già Maccarrone, nel paragrafo del suo studio intitolato «Accidenti generali», annotava questo fenomeno, sconosciuto invece al dialetto di Cassino. Si trattava dell’ epentesi «consonantica di g (aspir.[ata] velare) per evitare l’iato nel cervarese tra vocali gutturali». L’autore riportava, come esempi, [du ˈɣɔva] ‘due uova’; [mbaɣuˈrwatə] ‘impaurito’ (M); [paˈɣura] ‘paura’. Subito dopo aggiungeva che «per analogia, si ha pure là dove l’iato non si avvera, in parola posta a principio di periodo» e riportava, come esempi, [ˈɣɛ ˈkrajdə] ‘io credo’ (M); [ˈɣisːə ˈkrajdə] ‘egli crede’ (M). Oggi, come è emerso dall’inchiesta di controllo, non solo troviamo sempre la fricativa velare sonora [ɣ] in principio di frase (soprattutto con i pronomi personali [ˈɣɛ] e [ˈɣisːə]), ma, a differenza di quanto rilevava Maccarrone, la troviamo anche nello iato tra vocali non velari. Abbiamo, infatti:

  • [ˈɣɛ pɛr ɛˈsɛmbjə mə rəˈkɔrdə] ‘io ad esempio mi ricordo’
  • [e ˈɣisːə abːəˈtjava] ‘ e lui abitava’
  • [ˈkwelːə kə ˈɣɛ ˈɣɛ] ‘quello che è, è’
  • [ma ˈɣisːə ˈfanːə ˈsɛmbə lə ˈkosə] ‘ma loro fanno sempre le cose’
  • [sadːa ɣaˈra i ˈkwambə] ‘si deve arare il campo
  • [pəkˈːe ˈɣanːa …] ‘perché Anna …’
  • [ˈtɛnga tələfəˈna a ˈtːsi ˈɣanːa] ‘devo telefonare a zia Anna’
  • [a ˈɣunə a ˈɣunə] ‘a uno a uno’
  • [ʃta ˈlena nʣə ˈɣardə] ‘questa legna non arde’
  • [ˈndɔnjə e ˈɣirma su ˈfːratə e ˈsːɔra] ‘Antonio e Irma sono fratelli’
  • [ˈɣanʤələ ʧə ˈvɛ səˈkurə] ‘Angelo ci viene sicuro’
  • [pəkˈːe ˈɣisːə nən ˈvːɔ] ‘perché lui non vuole’
  • [kwand ˈɛ ˈɣotə ʃtə ˈpwalə] ‘quanto è alto questo palo?’
  • [ˈnːɛ ˈɣora] ‘non è ora’

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