testi tratti e adattati da: Marilena MARSELLA, Il dialetto di Cervaro: inchiesta di controllo su Maccarrone (1915), tesi di laurea triennale in Glottologia (relatore L. Lorenzetti), Università degli studi di Cassino, a.a. 2009/2010

Cervaro

Cenni storici

Cervaro è una cittadina in provincia di Frosinone (da cui dista circa 60 km) di poco più di 7000 abitanti, ai confini con Campania e Molise. Sorge a 250 m sul livello del mare, sulle pendici meridionali del monte Aquilone, sul quale sono segnati i confini con i comuni di Viticuso e Vallerotonda. Ad est le colline di Monte Rachis, di Monte Ghiaia (o Chiaia) e di Monte Porchio segnano il confine con il paese di S. Vittore del Lazio; mentre a sud un’altra collina, Monte Trocchio, si affaccia sul territorio di S. Angelo in Theodice (Cassino). Ad ovest è il vallone del Rio Ascensione a segnare un confine naturale con il comune di Cassino (Rizzello/Mollicone 2000: 3). Cervaro confina, inoltre, con il comune di S. Elia Fiumerapido. L’area fu abitata fin da epoca preromana, come dimostravano alcuni reperti esposti (prima della distruzione durante la Seconda Guerra Mondiale) nella Raccolta del Seminario di Montecassino e risalenti al IV sec. a. C. Non è chiaro, però, se gli abitanti della zona siano stati Volsci o Sanniti, che proprio nel IV sec. a. C. diedero luogo a incursioni e brevi occupazioni soprattutto nella zona tra Cassino e il settore di Venafro (Rizzello/Mollicone 2000: 5-6). Con l’occupazione romana del territorio, alla fine delle guerre sannitiche (327-304 a. C.), anche il centro in cui sorge l’attuale Cervaro venne inglobato dai Romani che collegarono l’antico pagus alla Via Latina Nova costruendo appositamente una strada, al di fuori dello schema della limitatio. Ciò documenterebbe l’importanza del pagus nel territorio e «la possibilità che le sue origini risalissero al periodo volsco»(Rizzello/Mollicone 2000: 23). Il territorio di Cervaro divenne così parte dell’ager di Casinum seguendone, per molto tempo, le vicende storiche. Le invasioni e le devastazioni ad opera dei Longobardi (che distrussero anche il monastero di Montecassino) provocarono, nel VI sec. d. C., lo spopolamento della zona che ebbe come conseguenze l’inselvatichimento dei terreni coltivati e l’impaludamento di buona parte della pianura, come dimostra la citazione di diverse superfici lacustri nei documenti dell’alto medioevo (Rizzello/Mollicone 2000: 54). Un’inversione di tendenza si ebbe solo a partire dal 717 quando l’abate Petronace ricostruì il monastero e, alcuni anni dopo, ottenne in dono dal duca Gisolfo II le terre dell’ager cassinese. Il territorio subì ancora diverse invasioni devastanti: quella dei Saraceni che nell’883 assalirono e incendiarono il monastero di Montecassino, compiendo poi stragi e saccheggi in tutto il territorio circostante, fino a quando furono sbaragliati nel 915; e quella degli Ungari nel 938. Solo nel 949 l’abate Aligerno poté tornare a Montecassino, dando inizio alla fase finale della ricostruzione e riconquistando, con l’aiuto dei principi di Capua, tutti i territori che erano stati usurpati dai Signori di Teano e Aquino. L’abate favorì il ripopolamento delle terre chiamando agricoltori dalle regioni vicine, in particolare dalla Marsica. A partire dalla fine del X sec. (e fino ai primi decenni dell’ XI) si sviluppò in tutto il Lazio sud-orientale il fenomeno dell’incastellamento ed è probabile che anche Cervaro si dotasse di una fortificazione in questo periodo, anche se alcuni fanno risalire l’edificazione del castello al periodo dell’abate Petronace (Rizzello/Mollicone 2000:59). Agli inizi del XI sec. è attestata in zona l’attiva presenza di Normanni e rifugiati da Bari (dopo la sconfitta di Canne ad opera dei Bizantini), fatto che secondo alcuni autori spiegherebbe le presunte analogie tra il dialetto locale e quello barese (Rizzello/Mollicone 2000: 62). Nel 1038, per la prima volta, l’abitato di Cervaro viene citato come oppidum Cervarium in un documento in cui si registra che, proprio in quell’anno, Cervaro si ribellò all’autorità di Montecassino e dell’abate Richerio (fautore della politica imperiale). A questa rivolta ne seguirono altre nel corso dei secoli, a cominciare da quella, appena un secolo dopo (1137), contro l’abate Senioretto che, nella lotta tra Impero e Papato da un lato e Regno Normanno dall’altro, rifiutò la richiesta di cedere temporaneamente il monastero al Re. Il Cancelliere del Re, Guarino, e l’abate illegittimo Rainaldo Toscano incitarono allora le popolazioni della Terra di S. Benedetto alla rivolta e molti comuni (tra cui, appunto, Cervaro) si sollevarono compatti contro l’abate. Nel 1239 fu eletto abate di Montecassino Stefano II da Cervaro ma il suo fu un governo molto travagliato durante il quale quasi tutti i monaci furono espulsi dal monastero (Rizzello/Mollicone 2000: 67). Nel 1349 anche il comune di Cervaro fu colpito dal terremoto che sconvolse quasi tutti i paesi della Valle di Comino e della Terra di S. Benedetto. La ricostruzione durò decenni ma agli inizi del 1400 Cervaro conobbe il consolidamento dell’economia, un discreto incremento demografico e il risveglio delle opere pubbliche e private: nel 1415 fu costruito anche un ospedale e così Cervaro fu l’unico comune del Patrimonio di S. Benedetto ad averne uno, oltre a S. Germano che era la capitale (Dell’Ascenza 1966: 26). In occasione della guerra di successione nel Regno di Napoli tra i Durazzo e i D’Angiò, gli abitanti di Cervaro si erano schierati ancora una volta contro l’abate che sosteneva i Durazzo. Dopo un periodo più o meno pacifico seguito al consolidamento del potere degli Aragonesi (iniziato nel 1443), nel 1500 l’esercito spagnolo occupò il Regno di Napoli e, dopo aver definitivamente sconfitto i Francesi, lo ridusse a provincia governata da un Viceré. Oltre alle distruzioni materiali, con gli eserciti arrivò anche la peste che, dopo aver provocato numerose vittime anche a Cervaro, riesplose, per cause sconosciute, nel 1576. Il centro di Trocchio rimase quasi completamente deserto e così, non potendo più sostenere l’onere fiscale imposto dal governo centrale, nel 1601 chiese ed ottenne di unirsi all’Università di Cervaro, con cui da allora formò un unico comune (Dell’Ascenza 1966: 33). Per il resto, il ‘600 si presenta povero di fatti storici rilevanti per la zona. Nel 1798 il territorio di Cervaro, occupato agevolmente dai Francesi (che non trovarono opposizione da parte delle truppe di Ferdinando IV), dichiarò la sua indipendenza nei confronti di Montecassino, rivendicando i mulini, i frantoi e tutto ciò che era in possesso dell’ Abbazia (Dell’Ascenza 1966: 48). Dopo la breve restaurazione borbonica, il Regno di Napoli tornò nuovamente nelle mani dei Francesi (furono proclamati re prima Giuseppe Napoleone nel 1806 e poi Gioacchino Murat nel 1808). Nel 1815 il territorio di Cervaro fu occupato da una colonna austriaca guidata dal maggiore D’Aspre: da quelle alture, infatti, poteva strategicamente controllare l’esercito di Murat che venne completamente sbaragliato nella vasta pianura tra S. Germano e Mignano (Dell’Ascenza 1966: 63). Con l’unità d’Italia, anche il comune di Cervaro fu interessato dal fenomeno del brigantaggio meridionale, anche se il paese dovette temere poco dai briganti locali (ad es. Felice Renzi, Giuseppe Coletta e Giuseppe Izzi) per la manifesta connivenza, con questi, di parte della popolazione (Rizzello/Mollicone 2000: 238). Dal 1901 al 1941, grazie allo sviluppo dell’artigianato e alla fiorente agricoltura, la popolazione di Cervaro (che dal 1816 al 1901 era salita da 3390 a 5000 abitanti) raggiunse i 7209 abitanti. In seguito, la città si trovò al centro delle vicende della Seconda Guerra Mondiale che ne provocarono la quasi totale distruzione (oltre il 90%). La ripresa fu inizialmente lenta: mentre si cercava di riavviare le attività agricole, il forte sviluppo industriale al Nord e l’attrazione esercitata da Paesi stranieri spinsero molti cittadini ad emigrare. Tra gli anni ’50 e gli anni ’60 la popolazione passò dai 6654 abitanti del 1951 ai 5188 del 1961. In questo periodo si verificò l’abbandono delle campagne e degli oliveti, coltura tradizionale di Cervaro (Rizzello/Mollicone 2000: 309). La produzione olearia conobbe una grave crisi fino agli anni ’70. Attualmente l’agricoltura è in declino ma la produzione dell’olio ha fatto registrare una nuova ripresa a partire dagli anni ’80, con la nascita di diverse cooperative per il rilancio della coltura dell’olivo e per la promozione e la salvaguardia della qualità dell’olio locale (Pacitti 1989: 109-110). Anche la presenza dell’artigianato si è notevolmente ridotta: scomparsi del tutto gli orefici (un tempo molto rinomati), anche la presenza di scalpellini, fabbri e falegnami, dopo il periodo della ricostruzione post-bellica, è stata condizionata dalle richieste del mercato. Oggi l’economia di Cervaro si basa sulle piccole e medie imprese presenti nel territorio e sull’estesa occupazione in attività industriali in altri comuni del circondario, nel settore terziario, nelle pubbliche amministrazioni e nelle libere professioni.

Il dialetto

Al dialetto di Cervaro (e a quello di Cassino) è dedicato uno studio del 1915 di Nunzio Maccarrone. La varietà appartiene al tipo “alto-meridionale” caratterizzato, tra le altre cose, per la metafonia delle vocali medio-alte /e/ e /o/ e delle vocali medio-basse /ɛ/ e /ɔ/ per effetto della natura della vocale finale (-I e –U latine originarie), per quanto riguarda il vocalismo tonico; e per la neutralizzazione delle vocali finali in /ə/ per quanto riguarda il vocalismo atono. Scrive Maccarrone: «In questo dialetto, che pure ha molti punti di contatto col cassinate, si riscontrano quasi intatti i fenomeni vocalici dei dialetti chietini, campobassesi e della Capitanata, ma con peculiarità proprie che lo rendono molto interessante […] esempio tipico del dialetto abruzzese in Terra di Lavoro». Nell’impostazione di questo lavoro si seguirà la stessa ripartizione degli argomenti seguita da Maccarrone partendo, quindi, dall’analisi del vocalismo tonico.


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